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Battaglia di Caporetto: la più grande sconfitta dell’Esercito Italiano

La battaglia di Caporetto, combattuta tra il 24 ottobre e l’8 novembre 1917, è stata uno degli eventi più significativi della prima guerra mondiale, nonché la sconfitta più dura mai subìta dall’esercito italiano.

Oltre all’enorme quantità di perdite in termini di vite umane, la battaglia di Caporetto ha fatto sentire le sue conseguenze per un lungo tempo anche dopo la fine del primo conflitto mondiale.

I fattori che determinarono la grande disfatta dell’esercito del comandante Luigi Cadorna sono molteplici e non sempre facilmente comprensibili. Proveremo qui ad esporre gli eventi per dare un quadro più chiaro possibile della battaglia di Caporetto.

Contesto storico della battaglia di Caporetto

La battaglia di Caporetto è chiamata anche Dodicesima battaglia dell’Isonzo dal momento che i principali luoghi di scontro si trovano lungo il fiume Isonzo: le valli e le montagne dell’Altopiano di Asiago (nel Veneto settentrionale) e l’altopiano del Carso, al confine tra l’odierna Slovenia e il Friuli Venezia Giulia.

Durante la battaglia di Caporetto si scontrarono l’esercito Italiano comandato dal generale Luigi Cadorna e quello austro-ungarico sostenuto dall’Impero Germanico suo alleato, guidati dal generale tedesco Erich Ludendorff.

Il motivo principale che portò allo scontro fu il tentativo dell’Italia di riconquistare quelle che erano definite terre irredente ossia Trento e Trieste, ancora sottoposte al governo dell’Austria-Ungheria.

Tutte le dodici battaglie del Piave avevano un unico obiettivo: costringere gli austriaci a ritirarsi. Nei 2 anni e 5 mesi e 4 giorni in cui l’esercito italiano fu guidato dal generale Luigi Cadorna si tentarono diverse strategie: grandi attacchi, piccoli attacchi, attacchi preceduti da lunghi bombardamenti, attacchi a sorpresa, attacchi di giorno e attacchi di notte. In alcuni casi ottennero alcuni successi, in altri, grandissime sconfitte.

A posteriori si può dire che il fronte austriaco non fu mai sfondato in modo definitivo ma le perdite in termini di vite umane furono elevatissime.

La guerra delle mitragliatrici

Uno dei primi elementi da considerare nell’analisi delle battaglie di inizio novecento è che per la prima volta, in guerra si fa uso di un’artiglieria dalle caratteristiche estremamente moderne, i cui effetti devastanti non erano stati ancora ben individuati dai generali di ogni nazione belligerante. Per questo motivo molti generali delle nazioni in guerra furono costretti a fare una guerra diversa rispetto a quella che avevano studiato sui libri di storia e, questa discrepanza fra teoria e pratica li costrinse a sperimentare sul campo cercando di fare del proprio meglio. Ogni esperimento fallito però, veniva pagato con migliaia di vite umane.

La battaglia di Caporetto

Nell’agosto del 1917 l’Impero Austro-Ungarico era impegnato su diversi fronti, in particolare quello con la Serbia, con la Polonia, con l’Ucraina e con l’Italia. Così accerchiato, l’esercito austriaco era ad un passo dalla sconfitta inoltre, era pressato da continui e testardi assalti del generale Cadorna sul fronte italiano.

La popolazione cominciava ad essere stanca di questa situazione e l’antica monarchia degli Asburgo sembrava vacillare. Fu in quel momento che la Germania decise di correre in soccorso del suo alleato, organizzando un colpo a sorpresa contro l’esercito italiano per farlo finalmente desistere.

Tale attacco venne sferrato il 24 ottobre del 1917 quando vennero segretamente inviate al fronte sei divisioni tedesche.

Le tre fasi della battaglia di Caporetto

Poco prima dell’attacco, con il fine di far evacuare le trincee, venne lanciato del gas tossico, al quale le maschere antigas in dotazione agli italiani potevano resistere al massimo un paio di ore.

Una volta che le trincee furono svuotate, arrivò l’artiglieria tedesca, che spazzò via il filo spinato e costrinse i pochi soldati rimasti a nascondersi nei rifugi sotterranei o abbandonare il fronte.

Infine, arrivarono i reparti di fanteria d’assalto tedeschi armati di mitragliatrici, bombe a mano e lanciafiamme che avevano l’obiettivo di conquistare le trincee nemiche e difenderle fino all’arrivo del resto delle truppe.

Questa strategia articolata in tre momenti fu estremamente efficace nonostante la convinzione con la quale gli italiani vi si opposero: solo dopo molte ore, sul calar della sera, il generale Cadorna diede il permesso di ritirare le truppe coinvolte nell’assalto.

La ritirata dell’esercito italiano

Dopo la clamorosa sconfitta della battaglia di Caporetto, la ritirata fu lunga e dolora perché inizio il 24 ottobre, si protrasse fino al 19 novembre e fu costellata da numerosi episodi di disordine e panico durante i quali Carabinieri e ufficiali furono spesso costretti a usare le armi per riportare la disciplina.

Nonostante alcuni soldati, sfiniti, gettassero le armi e si arresero spontaneamente, altri continuarono a combattere imperterriti: Cadorna creò una linea temporanea sul fiume Tagliamento, prima di ritirarsi ancora più a occidente fino a stabilirsi sul fiume Piave. La linea difensiva italiana non fu mai sfondata da austriaci e tedeschi che non ebbero la forza di completare la loro vittoria distruggendo completamente l’esercito italiano.

Quando la situazione sembro essersi calmata, il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz, che avrebbe guidato l’esercito italiano fino alla vittoria finale  quasi un anno dopo la battaglia di Caporetto, nel novembre 1918.

 

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